Detto tra noi
mercoledì, 3 agosto 2016, 11:11
di fabrizio vincenti
Cos'è un post su Facebook? il virtuale che sostituisce il reale? Una manifestazione di impotenza, una delle tante che ci ricordano la nostra pochezza e vacuità umana? Un modo di comunicare dei giorni nostri? Tutto e niente. Di sicuro sappiamo solo che quando abbiamo postato il commento che riguarda la terribile vicenda che ha colpito una delle colonne della Lucchese, Alvaro Vannucchi, è l'impotenza che ci ha spinto.
Che ci incatena. Che ci atterra. Che ci ricorda come siamo nulla, davvero nulla. Pensiamo a dove eravamo intorno alle 13, nell'ennesima conferenza stampa di giornata. Routine. Alla ricerca di qualche domanda per rendere più gustosp uno dei momenti più banali del lavoro di un giornalista. Ovvero la conferenza stampa. Pensiamo al commento trovato su Facebook di un abitante della zona del Campo di Marte che con angoscia spiega le urla che gli giungevano dalla finestra. Pensiamo, lo confessiamo, che nel primo pomeriggio apprendiamo di questo orrendo crimine, nemmeno notando più di tanto il cognome. D'accordo è a Lucca, ma siamo bombardati ogni giorno da notizie terribili, quasi ci vacciniamo contro l'orrore, mentre con ripugnanza per un istante scorrono le foto dei corpi dei piloti russi sottoposti alla scempio da cani che si credono leoni. E non ce ne vogliano i cani, quelli veri. Ci schifiamo per l'ennesima violenza compiuta ai danni di chi è più debole. Ma non realizziamo.
Diego Checchi ci telefona e dice: "Hai letto?". "Sì, ho letto". "Ma sai di chi è la figlia?". "No". Il resto è inutile da aggiungere. E' solo dolore e angoscia. E pensiamo, ancora una volta, alle lacrime di Alvaro, in una trasferta, sfortunata come sempre, a Ferrara, mentre correva al capezzale di sua figlia. No, cazzo, no. Non è possibile. Ancora una volta. Le immagini si mescolano. Si sovrappongono. Si uniscono a quelle di chi, solo pochi giorni fa, per un pugno per un parcheggio auto a perso la vita. Lucchese anch'esso. E senza nemmeno un politico di turno che spendesse in quel caso una sola parola. Non era cavalcabile quella tragedia, non c'era la morale poiiticamente corretta da affidare a una ipocrita nota stampa. Tragedie. Crimini. Mostruosità. Follie. Deliri. E dolore. Che senso ha tutto questo? C'è un disegno che noi non possiamo comprendere? Cosa vale la vita di un uomo o di una donna?
E' impotenza quella che ci ha spinto a pubblicare un post dopo che per alcune ore abbiamo preferito, come quotidiano di informazione sportiva, non dare resoconti giornalistici di questa tragedia. Non è il nostro mestiere, ma è difficile parlare di calcio ora. Uno dei nostri tanti lettori che hanno voluto mettere un "mi piace", alcuni di essi abbiamo visto essere calciatori o persone che hanno avuto a che fare con la Lucchese anni fa e magari solo per poco, ma che hanno lasciato un posto nel loro cuore per Alvaro e magari condividono con il "mi piace" la totale sensazione di impotenza, ha scritto: "La Lucchese è una famiglia". Vero, perché la Lucchese è una comunità e una famiglia nella quale si litiga pure, ma sapendo di essere parte di una solita cosa. Stringiamoci tutti, ognuno come crede, accanto a Alvaro e alla sua famiglia. A lui, e ai suoi cari, vuole bene chi vuole bene alla Lucchese, gli vuole bene Lucca. E' nulla forse di fronte a questa tragedia. Ma e' quello che abbiamo. Siamo impotenti. Drammaticamente impotenti.
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