Detto tra noi
domenica, 9 novembre 2014, 20:35
di fabrizio vincenti
Il nostro derby. Tante sensazioni. Tanti ricordi che si sono sovvrapposti. Anche tanti timori, giustiificati dal fatto che il numero e il denaro (speso) avessero la meglio, magari con un corner sporco. Magari a pochi minuti dalla fine, quando tutti incominciavamo a assaporare il gusto della piccola impresa. Pisa-Lucchese non è e non sarai mai una partita normale. Per fortuna. Per quanto questa versione senza tifoserie contrapposte è desolante. Deprimente. Imbarazzante. Ma resta il fatto che venerdì scorso, prima impercettibilmente, poi via via che ci si avvicinava all'ora della partenza "oltre il foro", cresceva l'attesa. Come pure un nervosismo apparentemente inspiegabile. Solo apparentemente, però. Un magma di sensazioni, di timori, di speranze. Quest'ultime da scacciare subitamente, perché anche solo pensarle, a chi è malato di calcio, può alterare l'equilibrio, i riti, i tic nervosi.
E nel viaggio ecco i pensieri che affollano la mente. Un derby conclusosi 0-0, nemmeno ricordiamo più di che anno, con la curva Sud stipata di rossoneri che esibiscono uno striscione per Romeo Anconetani, alle prese con problemi di salute; un altro perso con Pea sulla nostra panchina e Braglia su quella dei nerazzurri, in un anno che la Lucchese doveva spaccare mari e monti. Sulla carta. Di spaccate, in quella circostanza, ci furono solo parecchie macchine di supporter rossoneri. Un derby davvero pessimo, con responsabilità anche di chi gestì (malissimo) l'ordine pubblico. E poi quello dell'ultimo anno della Lega Pro prima del secondo fallimento.
Una partita rimossa talmente tanto da non mettere a fuoco nemmeno l'andamento del match, nemmeno a cercare spazio nel comodino dei ricordi per capire se il gol del momentaneo pari fosse stato nel primo o nel secondo tempo. Un black out. Per dimenticare. Anche i tifosi hanno diritto all'oblio. Almeno quando i ricordi sono solo dolore e umiliazione.
San Lorenzo a Vaccoli. San Giuliano Terme. Ecco Pisa. Parcheggio. Ritiro accrediti in un distributore adibito a Pisa Point (e se l'idea venisse ripresa a Lucca?). Poi, dentro. Tra i primi. A cercare la concentrazione. A incrociare lo sguardo con i dirigenti della Lucchese tesi come corde di violino. A scambiare qualche impressione, per stemperare l'attesa, con i colleghi di Pisa. Che, con la massima disponibilità, ci ragguagliano sui problemi nerazzurri. Tutto il mondo è paese. Allenamenti a porte chiuse compresi.
L'Arena si riempie, la curva Nord è esaurita, per quanto non piena: chiaro che la capienza è decisamente ridotta. Partono i cori. Forti e aiutati da tamburi, a Lucca naturalmente vietati. Come, almeno dalla nostre parti, lo sono le fiaccole. Anche alle presentazioni della squadra, figuriamoci nelle gare. Sotto la Torre pare di no. O almeno se ne infischiano e non solo le accendono ma le lanciano in campo. Qualche insulto per una vicenda ormai lontana nel tempo.
Dall'altra parte, il vuoto. Trenta tifosi rossoneri, che non trovano di meglio che sparpagliarsi. I ragazzi della Ovest l'avevano detto persino la sera dei festeggimenti per la promozione: niente tessera del tifoso. E così è stato. A costo di perdersi anche il derby. Ma che dolore vedere la Lucchese sola come potrebbe esserlo a L'Aquila o lo sarà a Ancona in una trasferta oscenamente collocata di lunedì sera. Non è derby vero: manca il più e il meglio. Manca lo sfottò. Manca la contrapposizione, che, ci insegnano gli orientali, è vita. Manca la tensione che sprigiona dai cori che accompagnano le avanzate delle due squadre. Manca il derby vero: questo, come quello dell'ultimo anno di Lega Pro, è un surrogato. Ma per chi come noi è lì, uscirne indenne e non sentirsi nelle orecchie, all'infinito, l'inno da marcetta dei nerazzurri, sarebbe comunque tanto.
I ragazzi di Pagliuca ci sono. Eccome. Si è visto sin dai primi minuti. Umili e concentrati. Il tecnico di Cecina stravince la sfida sulla scacchiera tattica. La Lucchese paralizza o quasi il Pisa che deve naturalmente fare la partita. Poi, chiaro, un gol si può prendere in tanti modi. Anche con un rigore inventato, come provano un paio di volte a cercare gli avanti pisani. Ma l'arbitro è tosto. Poche storie. La speranza prende corpo, ma l'allontaniamo. La peggior cosa sarebbe beccarsi il golletto perfido quando la mente inizia già a pensare ai titoli per Gazzetta. Vadre retro. Vade retro. E ancora vade retro. A Francesco Matteucci de Lo Schermo chiediamo nervosamente il ragguaglio cronometrico. Siamo nel recupero. Stai a vedere che esce il jolly di Braglia al novantesimo e rotti. Vade retro. Vade retro. Ma quando Degeri prova lui il jolly, con una punizione modello missile in cielo anziché perdere tempo, ci viene un colpo. E' comunque finita. E' andata. La piccola, ma con un cuore grande, Lucchese si prende un punto meritato in casa di quella formazione che a agosto sembrava dovesse marciare senza ostacoli.
E' ora che realizziamo. Siamo tornati. Dopo essere passati da campi che si chiamano Albinia, per dirne uno, siamo tornati a casa. Negli stadi che conosciamo. E la traversata nel deserto è avvenuta in un tempo quasi minimo. Guardiamo la classifica della Triestina, desolatamente ultima in serie D, e capiamo che l'inferno esiste. Oppure pensiamo ai tanti anni nei dilettanti per l'Arezzo, che solo con un ripescaggio è tornato tra i professionisti.
Ma stavolta, grazie a chi ci ha messo faccia e quattrini in questi anni che ci separano dall'Eccellenza, almeno a Lucca possiamo tornare a respirare. E, al netto delle polemiche che a volte ci vogliono pure, a sorridere. Come abbiamo fatto noi quando, arrivati davanti al cartello Pisa, all'andata, abbiamo visto un pulmino pieno di ragazzi che scendevano con la borsa della Lucchese in mano. Era uno dei pulmini della società che fa la spola per gli allenamenti delle giovanili. Si spostano a Lucca per giocare. Solo due anni fa era impensabile. Sì, siamo tornati. E ci stiamo prendendo gusto.
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