Detto tra noi

Le discese ardite e le risalite

lunedì, 5 maggio 2014, 20:40

di fabrizio vincenti

"Mi sono portato via il fango di Correggio, e lo terrò in un barattolo". Così ci diceva alla fine di una giornata epica un amico fraterno. Uno dei tanti che non ha resistito al richiamo della foresta. Uno dei tanti che ha risposto ancora una volta: presente! Chissà se sperando che, prima o poi, la ruota sarebbe girata. Che quell'arcano maledetto di un pomeriggio di tanti anni fa si sarebbe prima o poi spezzato. Tonc. Un rumore maledetto. Il rumore di una palla che va a sbattere su di un palo. Un urlo ricacciato in gola per dodici interminabili anni. Un sogno spezzato. Un dramma sportivo, per quanto mai da confondere con quelli della vita di tutti giorni, ma non per questo meno doloroso, perché il calcio è voglia di sognare, di evadere dalla realtà. Di addormentarsi accanto al cuscino e, a occhi chiusi, pensare al successo appena vissuto e a quello che arriverà domani. 

Quel palo cambiò la storia della Lucchese. Quello che è avvenuto dopo è stato figlio di quel palo e che a coglierlo fosse stato un rossonero che abbiamo amato come pochi, Toni Carruezzo, ci fa ancora più male. Un sogno frantumato in un palo, tra tante speranze e resurrezioni a tempo che ci hanno accompagnato sino ad oggi. Promozioni e fallimenti in quantità. Ma la sensazione di un cerchio che non si era mai chiuso. E che stava lì, aperto, a ricordarci il nostro stato di provvisorietà mentre da altri parti raggiungevano traguardi su traguardi. 

Poi,come in una fiaba, è arrivata la fine dell'incantesimo. Come per una magia. Attraverso chi, in quell'ormai lontano 2002, era in campo. Giovane rossonero di belle speranze, che il rumore del palo se lo era portato per mezza Italia prima di tornare a casa. A Lucca. Quando Nazzareno Tarantino ha sbagliato quel rigore a Correggio, in molti si sono chiesti se avesse preso il testimone direttamente da Carruezzo. Se l'incubo dovesse perpetuarsi, oltretutto di fronte a una società che è spuntata dal nulla e che qualcuno vedeva come un modello, in un paesino noto per aver dato i natali a un cantautore di successo, su di un campo poco più che parrocchiale, con uno spazio indegno riservato ai tifosi rossoneri affondati nel fango e nell'umiliazione di uno nuovo cocente insuccesso. Stavolta non c'è stato nessun tonc. Solo una parata banale e le lacrime di Tarantino. Ma in quel momento si è rotto l'incantesimo. 

E' cambiato tutto. In molti ne erano convinti, quasi nessuno lo ha detto dopo il pari dei rossoneri, oppressi dal senso incombente di un nuovo fallimento. No. Era cambiato tutto. La Lucchese è tornata nella realtà. E' finito l'incubo. Niente incantesimi. Niente rimpianti. Niente se. Niente ma. Il futuro è adesso e ce lo siamo andati a prendere con le unghie e con i denti. Tra le lacrime che sono sgorgate a fiotti. Mai così belle. Mai cosi lungamente attese. Siamo tornati. Siamo vivi. Siamo felici. In quel fango, tra mille soprusi, siamo rinati. E non poteva essere una risurrezione più bella. Porteremo con noi ogni istante. Ogni volto. Ogni lacrima. Ogni abbraccio. Ogni grido.

Il grazie è a tutti voi. A partire da Bruno Russo, un generoso testone apparentemente burbero, che ci ha sempre creduto, e da quel gruppo di incoscienti che si sono messi in testa, tre anni fa, che il calcio a Lucca non dovesse morire, passando da Bacci, uno che gioca con l'arma dell'ironia ma che a Correggio, preso dalla commozione, ha dovuto riporre, sino a ognuno di voi tifosi. Siete stati commoventi. Unici. Straordinari. Rocciosi. Orgogliosamente lucchesi. Ai giocatori, a mister Pagliuca e a ognuno di coloro dello staff che ha contribuito a scrivere questa pagina bellissima e unica diciamo una cosa sola, oltre ai ringraziamenti: nessuno si scordi cosa ci avete regalato. Mai. Anche quando, fosse domani o fosse mai, doveste tornare a Lucca da avversari. Per voi solo applausi. Per sempre. Siete le nostre fate turchine. 



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