Rubriche : oltre le mura
venerdì, 8 marzo 2013, 14:07
di adriano scianca
Chi abbia in mente lo spettacolo dei supporter irlandesi che come un sol uomo intonavano “The Fields of Athenry” durante il match con la Spagna che, agli ultimi Europei, buttava l’Eire fuori dalla competizione con un secco 4-0, avrà una qualche idea di quello che hanno fatto i tifosi del Celtic ieri sera a Torino. Il vero spettacolo nello spettacolo, dato che l’interesse propriamente sportivo per la gara si è esaurito dopo 24 minuti, quando Matri ha segnato il primo gol della Juve spegnendo anche quel lumicino di speranza che poteva animare i tifosi venuti da Glasgow. Che tuttavia, come se niente fosse, hanno continuato a incitare i loro beniamini, aumentando anzi l’entusiasmo man mano che i minuti passavano (e il tasso etilico cresceva). Il coro ininterrotto che dal 55esimo del secondo tempo fin oltre il triplice fischio è pervenuto dal settore ospiti, in particolare, resterà negli annali del tifo. Non è un modo di dire: gli scozzesi hanno davvero intonato un unico mantra per più di 35 minuti, del tutto indipendentemente da ciò che accadeva intorno a loro.
La cosa sembra comunque aver destato un’ammirazione generalizzata, se è vero che oggi le pagine dei giornali sportivi sono piene di elogi per la green brigade che ha invaso Torino. Peccato, però, che già pochi minuti dopo il triplice fischio le radio riconducessero questo spettacolare esempio di tifo ai soliti luoghi comuni perbenisti, stile “riportiamo le famiglie alla partita” e “è l’effetto Juventus Stadium”.
Per quanto riguarda il primo aspetto: mi sembra di aver osservato a lungo lo spicchio riservato ai tifosi scozzesi e non ricordo di aver visto neanche una donna, quindi o i pur cattolici fan del Celtic hanno una concezione davvero moderna della famiglia oppure i commentatori hanno sparato la solita selva di minchiate. Del resto i simpatici ragazzoni tatuati che senza maglietta intonavano cori, forti di quantità bukowskiane di birra tracannata, è un po’ difficile immaginarseli sulla copertina di “Famiglia cristiana”. C’erano, è vero, molti ragazzini, ma questo conferma il fatto che il calcio non è un sport per famiglie ma una passione che si trasmette per via patrilineare, di padre in figlio. Nonostante la vasta operazione di hellokittyzzazione del calcio per sfondare verso fasce di pubblico commercialmente inesplorate (le donne, appunto), il calcio è e resta un Männerbund, una comunità virile, com’è giusto che sia e come i fan del Celtic sembrano sapere alla perfezione. Quindi le solite “famiglie” di cui parlano i Varriale di turno non c’entrano davvero un tubo.
Quanto al modello Juventus Stadium, con tutta la simpatia che si può provare per il gioiello architettonico che ha sostituito l’orrido Delle Alpi, non sembra davvero che l’ebbro entusiasmo dei supporter scozzesi abbia qualcosa a che fare con il modello gestionale bigotto e politicamente corretto che purtroppo domina nell’arena bianconera. Bastava vedere l’ansia negli occhi degli steward che mal tolleravano lo scambio di sciarpe fra tifoserie e che rincorrevano affannosamente i cinque scozzesi che hanno improvvisato un trenino in tribuna, per capacitarsene. Il tifo pacifico ma chiassoso dei tifosi del Celtic non sembra davvero in sintonia con un modello di stadio in cui un bambino che scriva “forza Juve” a pennarello su un A4 può essere invitato a rimuovere il temibile messaggio o in cui si può essere richiamati anche per aver appoggiato le scarpe, a stadio vuoto, sullo schienale del seggiolino di fronte. Del resto, a ben vedere, gli striscioni degli ospiti con l’omino che getta nella pattumiera la bandiera inglese si possono ben considerare veicolo di “discriminazione territoriale” contro cui lo speaker mette ossessivamente in guardia. Le stesse coreografie con i supporter del Celtic che si alzavano in piedi, si giravano di spalle, saltavano, si mettevano a torso nudo erano tollerate nella zona franca del settore ospiti ma destavano già non poche preoccupazioni se messe in pratica dai non pochi scozzesi assiepati fuori dal settore riservato.
Per carità, nessuna nostalgia romantica per i vecchi gradoni, nessun elogio del vecchio per il vecchio in nome di una malintesa “tradizione”, ben vengano strutture nuove, comode, funzionali, organizzate. Che questo debba necessariamente passare per una rieducazione orwelliana e per un perbenismo di massa volto a trasformare l’esuberanza ludica del calcio in una copia sbiadita degli sport americani, dove la principale attrazione dello stadio sono gli hot dog, è tuttavia assai più discutibile.
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