Mondo Pantera : romanzo rossonero

Il Serchio come il Piave: non passa lo straniero?

lunedì, 2 ottobre 2017, 21:18

di simone pellico

Lucchese - Piacenza fa venire in mente i campi verdi della serie B, dove un tempo Lupa e Pantera si rincorrevano felici. La Lupa poi è riuscita pure a passare di là, nell’Eden, in A. E la Pantera col Piacenza ci ha mandato Eusebio Di Francesco, a cui poi la Lupa ha portato bene fino ad oggi. Ma il record di presenze l’ha fatto con la Lucchese, e fa sempre piacere ricordarlo.

Oggi l’Olimpo è lontano per tutte e due le squadre, segnate come tante da quel gioco dell’oca che per colpa dei fallimenti ti rimanda alla casella di partenza. C’è più nobiltà decaduta in serie C che in tutta l’aristocrazia europea. Le squadre portano in campo almeno i gonfaloni di un tempo.

La Lucchese veste il rossonero, il Piacenza il bianco. La Pantera arriva dalla doccia scozzese degli ultimi due turni: il freddo di Livorno, il caldo di Arezzo. La Lupa arriva da due vittorie e vorrebbe che non ci fosse due senza tre. I padroni di casa si stanno piano piano trovando e il banco di prova è importante. Per questo è in campo anche Baroni, che avrebbe potuto riposare per l’impegno con la Nazionale under 20. Primo tempo: la Lucchese fa la partita, anche se non affonda mai la zampata vincente e gli unici accenni sono neutralizzati dal portiere piacentino. Intanto inizia il ticchettio fastidioso di decisioni arbitrali discutibili. 

La prima frazione si chiude così lasciando l’acquolina in bocca, ma il Piacenza torna in campo più motivato. Le prime occasioni della ripresa sono sue, poi i rossoneri si riassestano e inizia uno scambio di azioni. Intorno al ventesimo l’episodio che potrebbe cambiare la partita: su tiro della Lucchese si avvista uno stop di mano in area piacentina. La panchina rossonera insorge e lo stadio le fa eco. L’arbitro sembra alzare le mani nel gesto sacro del rigore, poi forse ci ripensa. O forse abbiamo tutti mal interpretato il gesto. Era un raptus da vigile urbano ad un incrocio. La Pantera scarica troppa energia e nemmeno dieci minuti dopo si trova beffata dalla Lupa. Albertoni e Capuano parlano per un attimo dialetti diversi e l’ultimo entrato Mora vince alla lotteria: 0 a 1. Nonostante la Lucchese suoni la carica i giochi sono fatti, passano i titoli di coda con in sottofondo l’inutile arrembaggio rossonero.

Il campo ci restituisce una squadra in crescita e schiarite di gioco. La Pantera deve ritrovare gli artigli per colpire, perché l’attacco attualmente gioca tutto su percentuali da cecchino. Questo per quanto riguarda il palcoscenico. In camerino aspetta sempre il fantasma societario, lo spettro del futuro di una squadra e di una città che hanno già sofferto la catena di padroni stranieri. Perché di questo oggi si tratta. Ce lo dice la partita al tavolo dei soci lucchesi: giocano ma non si vedono assi veri, e quelli nella manica forse tagliano come rasoi. Ce lo dicono le attenzioni di imprenditori più o meno credibili, che rischiano di trasformare Lucca nella piazza di un bazar. E ce lo dice il risveglio dal torpore del sindaco. Alessandro Tambellini infatti sembra avere una particolare predilezione per firmare fogli di via per le istituzioni locali. C’è quindi di che preoccuparsi e tenere gli occhi aperti. C'è da sperare in un Serchio che si tramuti in Piave, per fermare rapine e colpi di mano. La Lucchese è uno degli ultimi simboli rimasti della nostra comunità. E mai come in quest’epoca iconoclasta la caduta del simbolo comporta la perdita del significato ad esso sotteso, da esso difeso.



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